Ciao Michael,
passo leggero e scattante,
ti voglio ricordare solo per la tua musica,
fosse anche solo per quella 'Billie Jean' che usciva dalle casse
dei juke box sulla spiaggia di Vasto e ci metteva un ritmo nelle vene
come nessun'altra canzone dell'estate dell'83.
Ritmo, ritmo, ritmo,
energia vitale, un nuovo suono, profondo, indimenticabile,
di quelli che ti incidono come un tatuaggio.
Grazie Michael,
una ragazza degli anni Ottanta
Finesettimana alla radio
Che fai il sabato e la domenica sera tra le 20.30 e le 22.30?
Guardi la tele?
D'estate?
Ti abbrutisci così?
Noooooo!
Non farlo!
Fermati prima!
Accendi la radio e ascolta 'Povere ma belle',
un programma di resistenza alla crisi
in onda su radio2 dal 20 giugno.
Vi aspettiamo numerosi,
che poi uscite tutti per la movida notturna
e chi vi recupera più?
Vicinissimi
Dunque sì, si può fare.
Yes we can.
Yes we can.
Yes we can.
Lo voglio scrivere più volte perché magari alla fine ci crediamo davvero.
Lo dice l'esperienza, lo dicono i vicini che uno alla volta, piano piano, vicino dopo vicino, sono scesi in cortile ed hanno festeggiato assieme. Cosa c'è da festeggiare adesso, mi dirai tu?
C'è da festeggiare il solo fatto di ritrovarsi attorno a un tavolo a parlare, raccontarsi, mangiare, bere ed ascoltare. Quello che ancora oggi succede d'estate nei piccoli paesi del nostro Paese: vecchi seduti fuori sulle sedie impagliate, a godersi il fresco della sera e la compagnia. Un patrimonio umano che rischia di scomparire, travolto dalla sicurezza e dalla paura travestite da civiltà.
E allora qui, su questo piccolo e forse insignificante diario di bordo che galleggia nella Rete, lo voglio scrivere a futura memoria che sì, la Festa dei vicini si può fare. Anche quando il Comune boicotta, anche quando tutti remano contro e non ci vogliono credere fino in fondo, anche quando tu stesso in fondo hai paura, perché la paura ti si appiccica addosso come il sudore e non ci sono strigili per togliertela di dosso. Serve solo tanta, tantissima fiducia, di quelle che hanno origine in un luogo imprecisato della pancia e anche un po' tra le nuvole che cambiano in continuazione. Quelle fiducie lì ci possono salvare, a patto di concedere loro spazio e di proteggerle da tutte le analisi razionali del caso e dai tanti, tantissimi uccelli del malaugurio che volteggiano attorno, e non sono solo i gabbiani che strepitano sul tetto contro le cornacchie.
Prima un tavolino di legno, così, abbandonato al muro distrattamente, poi una sedia rossa, poi un tavolinetto rotondo quasi da seduta spiritica, e infine loro, gli umani che danno senso a tutto. Noi umani che con i nostri umori possiamo colorare o annerire il mondo. Il vicino-supporter che ha stampato i volantini poi consegnati nelle singole buche delle lettere (così abbiamo dribblato il divieto di appendere il posterino pubblicitario fuori dall'ascensore) copre il suo tavolinetto con una tovaglia d'eccezione: una kefiah palestinese, simbolicamente pronta ad accogliere tutto quello che inizia ad arrivare, dal vino alla macedonia fino al necessaire da festa a cui molti hanno pensato. Per dire che non è vero che siamo poi così individualisti come ci descrivono e come a volte forse fa comodo essere. Al momento opportuno, se opportunamente stimolati, sappiamo anche diventare solidali e conviviali.
E arriva la frittata ai peperoni dei signori che incontro alla ginnastica posturale, e il sushi ricoperto di 'arghe' nerissime della giapponese (vero must delle precedenti edizioni), e le friselle al pomodoro della signora calabrese che la festa se l'era dimenticata, ma poi un suono preventivo al campanello di casa, un caffè zuccheratissimo e due chiacchiere, ed eccola lì, solerte e mammista come solo le mamme meridionali sanno essere. Alla fine il clima è così disteso e amichevole che quasi quasi ce le cucinerebbe a tutti un po' di penne all'arrabbiata, nel frattempo caffè e limoncello.
Guardo e non mi sembra vero che tante persone, alcune davvero sconosciute, abbiano risposto all'appello: un semplice foglietto con l'avviso di data e ora, e l'invito ad esserci. Mancano, stranamente, gli animali, che invece popolano questo condominio. Non c'è il cane Agostino del vicino, in compenso c'è il suo amico francese, capello fulvo e occhio gelido azzurro. Qui a Roma si sente accolto come d'altronde noi tutti, esuli volontari da terre di confine. Non c'è nemmeno Mario, il labrador nerissimo dei vicini arrivati soltanto da qualche mese. Assente anche Gaetano, e per la verità anche il suo padrone. Il campionario di nomi canini di questo luogo meriterebbe da solo una palma d'oro e fornirebbe una motivazione sufficientemente valida per l'organizzazione di un'altra festa dei vicini. La Festa dei Vicini Animali. Ulula anche tu ed abbaia 'Yes we can-yes we can-yes we can'. Data da precisare.
Festa dei vicini '09
Come volevasi dimostrare, l'amministrazione alemanna pare aver fatto cadere nell'oblio quella felice iniziativa domestico-solidale che va sotto il nome di 'Festa dei vicini'. Le prime due edizioni precedenti (2005 e 2007) erano state una gran bella occasione di conoscenza reciproca ed assaggio di specialità culinarie regionali: da 'li pastareddi' calabresi alle 'arghe' giapponesi, fino a giungere alla nordica polenta coi funghi da me cucinata in un momento di grande abbattimento fisico di cui la pietanza aveva certamente sofferto. In piedi o seduti nel cortile condominiale ci siamo scoperti tutti molto più belli di quello che pensavamo guardandoci a mezzo busto dalle finestre, e son fioriti sorrisi e nuovi amori.
Ma la resistenza carbonara si sta organizzando. Ferve un passaparola per organizzarla comunque la terza edizione della Festa dei vicini. Gli ostacoli sono tanti, primo fra tutti l'impossibilità di appendere un manifesto di avviso fuori dall'ascensore perché "non è una festa ufficiale". E allora gireremo di casa in casa, di porta in porta, porta a porta senza Vespe e senza Bruno, raccogliendo firme ed adesioni ed entusiasmi. Ehi, entusiasmo! Ci sei ancora o ti sei spento del tutto sotto i colpi della censura? Ti aspettiamo il 30 maggio, porta quello che vuoi, anche solo te stesso se sei ancora vivo.
Bentornati
Più splendente che mai, è tornata all'ovile l'immagine cosmeticomica
che dà a tutti voi il benvenuto su questo sito
di umanità ed arte varia.
A proposito, in quale categoria ti situi tu, o lettore, o lettrice che vai vagando nella Rete?
Nell'arte o nell'umanità varia?
Nell'umanità artistica, forse, e allora ancora una volta benvenuto/a!
In nessuna delle due opzioni? E allora astieniti dalla lettura.
Secondo me è stata tutta una questione di gambe.
Anzi, di gambe e calze autoreggenti, che se non le sai indossare con nonchalance,
loro lo sentono e non si reggono più.
Così è capitato anche a me.
Nuntareggheppiù, cantava profeticamente Rino Gaetano, e qualcuno un giorno ha avuto il coraggio di dirlo.
Cadono le calze, quasi fino ai piedi, si arrotolano come balze di un cane raggrinzito,
cadono le braccia ed anche un po' le speranze e le fiducie,
perché la crisi che viviamo (o ci vogliono fare vivere)
è innanzitutto una crisi di fiducia, come si ripete da più parti.
Ordunque quando manca la fiducia, è chiaro che anche le calze autoreggenti
rifiutano l'autoreggenza.
Ma che va mai blaterando questa giovane donna, ammesso che a 40 meno 1 si
faccia ancora parte della categoria 'giovani donne'?
Parole e immagini confuse, perché il momento non fornisce altro che questo:
un immenso caos odoroso di primavera ma pur sempre caos
che dalla testa scende giù fino alle gambe e, incidentalmente,
prende pure il nervo sciatico.
E allora vedi che è davvero una questione di gambe:
quando entri a gamba tesa è troppo tesa,
quando sei in gamba, vedi comunque di non allungarla troppo,
quando fuggi a gambe levate a un certo punto ritorna perché sennò ti danno per dispersa.
Embè?
Adesso come la chiudi?
Non chiudo.
Rimango aperta, morbida e flessibile.
Che almeno così il nervo sciatico si sfiamma.
PS: al ladro di Cosmeticomiche vorrei dire: attento, un consumo eccessivo del prodotto può provocare dipendenza o in alternativa nuocere gravemente alla salute.
Good news part III, ovvero ci sono anche buone notizie non vegetali*
Ma è davvero vero che le buone notizie annoiano o non vendono a differenza delle truci informazioni sulla cronaca nera che invece noi aneleremmo a sorseggiare con curiosità morbosa? Se ne è discusso questo weekend ad Alcatraz, tra le francescane colline umbre a pochi passi da Gubbio. Qui Jacopo Fo si è inventato un luogo che prima di diventare reale deve aver soggiornato molto a lungo nell'area dei sogni: una 'libera università' carica di colori dove far incontrare altre persone in un clima comunitario ben esplicato da lunghi tavoloni di legno e panche altrettanto lignee che richiedono una certa qual resistenza statica personale, largamente ripagata da un cibo paradisiaco e dal panorama altrettanto delizioso. In due parole: una specie di monastero laico dove al posto della compieta si offre un'ora di yoga demenziale e durante il giorno puoi assistere a corsi di pannelli fotovoltaici in contemporanea ad un work-shop sulle Buone notizie.
Pur assai interessata al primo argomento, ho sentito una chiamata più pressante a partecipare al secondo seminario, organizzato dall'omonima associazione (Buonenotizie.it) e seguito da un piccolo ma appassionato gruppo di giornalisti, aspiranti tali, operatori della comunicazione, psicologi e sociologi del lavoro. Tanto per incominciare, l'avreste mai detto che le cattive notizie fanno male anche al nostro fisico? Un esperimento americano condotto su bambini ai quali veniva richiesto di riordinare una serie di parole, ha dimostrato che quelli che avevano anche aggettivi tristi nella frase se ne andavano camminando più lentamente degli altri che invece avevano lavorato solo su parole non connotate negativamente. Come dire che se in giro si parlasse di più di quello che funziona, può essere che si ridurrebbero sensibilmente anche le iscrizioni ai corsi di ginnastica posturale per umani sciancati dalla vita. Chissà, la buona notizia è in effetti anche un forte stimolo a tenere viva la nostra capacità di sognare, come Michele Dotti (coautore di 'Non è vero che tutto va peggio' e 'L'anticasta. L'Italia che funziona', entrambi ed. Emi) non si stanca di ripetere.
Credo che molto, da questo punto di vista, lo possano fare davvero i singoli: noi tutti in prima persona, scegliendo e selezionando quello che vogliamo raccontare e comunicare. Prima delle parole parlano i nostri sguardi, i nostri gesti, le nostre scelte concrete di ogni giorno. Si tratta di "denunciare e annunciare al tempo stesso", dice Michele, perché il nostro modo di parlare crea ciò che potrà essere il futuro, senza dimenticare - come ha sottolineato il direttore di 'Altreconomia' Pietro Raitano - che "è giusto sognare ma anche indignarsi e ribellarsi" e pretendere un'informazione che renda conto della complessità del reale. Anche qui è il linguaggio e la radice delle parole che ci può aiutare: l'etimologia di 'complesso' fa riferimento all'intreccio di fili (com-plexus), forse un richiamo al fatto che le buone notizie non si creano da sole ma hanno bisogno di un intreccio di persone che ci credano davvero nel profondo e le promuovano con coraggio.
*rif.a precedenti post di Good News rappresentate da lecci ed altre specie arboree potate a Roma, come noto dal profluvio di manifesti pubblicitari che hanno tappezzato la città
Donne
Forse non è un caso. Oggi sono tornata per la prima volta nella nuova sede della Banca del Tempo del I Municipio di Roma, zona Testaccio. Ci sono periodi dell'anno in cui mi pare di avere molto tempo a disposizione, un tempo di cui quasi mi vergogno perché sembra troppo per essere lasciato così vuoto. La mentalità che ci vuole sempre produttivi aborre l'eccesso di tempo libero che va per forza imbrigliato e utilizzato trasformandolo in attività, lavori, corse, corsi e ricorsi. E allora perché non capitalizzare questo tempo in uno speciale istituto di credito dove nessuno sborsa un euro ma solo ore, idee e desideri di condivisione?
L'anno scorso, in un periodo di disoccupazione, avevo compilato la mia scheda di dare/avere: metto a disposizione un po' del mio tempo (ad esempio) per battere testi al computer e cerco qualcuno che metta a disposizione il suo per battere chiodi su muri e appenderci mensole, attività manuale nella quale mi sento quantomai negata. Non sono mai stata richiamata perché, come mi hanno spiegato oggi, gli uomini - celebri e rinomati per la loro maestria nelle opere di artigianato murario - sono rarissimi nelle Banche del Tempo. La stragrande maggioranza delle persone che approda in questi luoghi del baratto virtuoso è di sesso femminile. Sono le donne, in particolare quelle arrivate in terza età, che hanno voglia di mettersi a disposizione cercando al tempo stesso occasioni per migliorare il proprio status di casalinghe. Ma non solo. L'altro giorno è arrivata anche una ex dipendente dell'Alitalia in cassa integrazione, per dire. In ogni caso donne, sempre donne.
La donna che mi spiega altri dettagli di questa forma gratuita di scambio ci tiene anche ad informarmi del suicidio di Roberta Tatafiore, scrittrice femminista che ha deciso di togliersi la vita qualche giorno fa in un albergo di Roma. In Rete si trovano molte informazioni su di lei, vale la pena leggerle, in particolare questo articolo del Foglio. Prendersi tempo per informarsi sulle vite degli altri e interrogarsi sulle loro scelte: per oggi ho ricevuto già molto dalla Banca del Tempo.